ANALISI E COMMENTI – Come l’Ucraina cambierà il quadro politico in Europa

Come l’Ucraina cambierà il quadro politico
in Europa

di Federico Castiglioni
La minaccia russa all’Europa può fornire ai governi l’incentivo
giusto per creare delle capacità operative comuni, a patto che si dia
la possibilità ai membri della Nato di ottimizzare le risorse a loro
disposizione e quindi di non dover scegliere tra il sostegno a due
alleanze parallele. L’analisi di Federico Castiglioni, Istituto Affari
Internazionali
La gravità e la novità di ciò che sta avvenendo in queste ore in Ucraina sono
ormai sotto gli occhi di tutti. Al di là di quelle che possono essere le ragioni del
Cremlino, il dato incontrovertibile che emerge oggi, da qualsiasi punto di vista
si guardi il conflitto, è che la Federazione Russa ha invaso su larga scala uno
Stato confinante in una dichiarata guerra di aggressione. Alcuni parallelismi
con la guerra fredda, fino ad oggi tentati per rendere l’idea di tensione che
c’era tra la Russia e l’Occidente nella regione dal 2014, ormai non reggono
più. Mosca infatti non si è limitata a riconoscere le regioni indipendenti del
Donetsk e Lugansk nell’est del Paese, fatto di per sé grave per l’integrità
territoriale ucraina, e non si è neanche limitata ad intervenire militarmente
nelle zone contese per garantire uno spostamento ad ovest del confine
ucraino. Al contrario, le forze armate russe hanno sconfinato dalla Bielorussia
puntando direttamente sulla capitale Kiev, senza dichiarare nessun obiettivo
politico concreto che non fosse la “denazificazione” del Paese.
A primo acchito, l’offensiva ricorda un’operazione di polizia internazionale per
un cambio di regime, come quelle condotte dagli Stati Uniti dopo la guerra
fredda, ma condita con una retorica di stampo sovietico (compresi i richiami al
fascismo e all’Occidente capitalista). Anche questo paragone di intervento
“umanitario” post guerra fredda tuttavia non è applicabile. Le differenze
sostanziali con le campagne statunitensi condotte fino a questo momento
sono che la Federazione Russa agisce sola e non in un quadro di alleanza
internazionale, risultando isolata anche diplomaticamente, e che in Ucraina
non ci sono stati i presupposti per parlare di violazione dei diritti fondamentali
dei cittadini. È evidente che l’Ucraina non si può considerare uno “Stato
canaglia” alla stregua della Libia di Gheddafi, dell’Iraq di Saddam Hussein, dei
talebani in Afghanistan o del Panama di Noriega.
L’indipendenza e legittimità del governo di Kiev è invece riconosciuta
internazionalmente (anche dalla Russia) dal 1991 e il Paese è membro delle
Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa. Per quanto riguarda il governo
Zelensky, risulta paradossale il tentativo di connetterlo alle efferatezze del
2014 di cui è stata responsabile l’estrema destra ucraina, visti gli sforzi fatti
dall’ insediamento proprio per tenere sotto controllo le frange più oltranziste di
Andrij Biletsky. L’invasione rimane quindi ingiustificabile secondo i parametri di
legittimità internazionale in vigore dalla Seconda guerra mondiale ad oggi,
ricordando piuttosto nelle sue motivazioni la volontà di potenza nazionalista di
inizio ‘900 o la dottrina dello “spazio vitale” in voga tra le due guerre.
Questo richiamo ad un paradigma passato può sembrare romantico nella
teoria, ma quando si concretizza con i suoi terribili effetti nella realtà e nelle
relazioni internazionali perde di attrattiva anche tra i suoi più accaniti
sostenitori. Non è un caso che molti partiti (e fazioni di partiti) di estrema
destra o conservatori in Europa stiano vivendo la crisi ucraina con difficoltà, in
un autentico cortocircuito identitario tra il fascino per il ritorno alla vecchia
Europa e l’interesse delle loro rispettive nazioni (1).
All’esatto opposto, la crisi rappresenta una grande opportunità per Bruxelles e
tutte le forze europeiste del continente. Il primo fattore che avvantaggia l’Ue
ad emergere è che, come si è già visto dopo il Donbass e il referendum in
Crimea, l’aggressività russa tende a velocizzare e non rallentare i processi di
avvicinamento all’Unione Europea da parte dei tre Paesi dell’area associati
(Ucraina, Georgia e Moldavia), spostando il focus dei negoziati dall’economia
all’integrazione politica. Se da un lato questo stretto rapporto con l’Ue ha
esacerbato certamente la tensione tra Russia e Ucraina, la sua progressione
continua dimostra che l’Unione Europea, pur non potendo offrire per ora
garanzie di sicurezza diretta, è un punto di riferimento ancora preferito come
alternativa a Mosca.
L’ingresso di questi Stati nell’Ue è ovviamente un processo complesso,
soprattutto per le sue implicazioni di lungo termine. Il sostegno politico offerto
dall’Unione, occorre ricordarlo, diviene infatti militare nel caso in cui uno Stato
membro venga aggredito, ai sensi dell’art. 42 del Trattato di Lisbona. In un
momento storico contraddistinto dal disimpegno americano in molti scenari e
dalla revisione strategica in corso nella Nato la possibilità di avere un trattato
di difesa complementare o alternativo con Stati come Francia e Germania è
sicuramente invitante per molti governi nel nostro vicinato, ma anche rischioso
per lo stesso motivo.
La possibilità di mutua difesa ci porta alla seconda ragione per cui la crisi
ucraina ha un suo riflesso in Europa, ossia le ricadute sul rapporto est-ovest.
Già oggi, l’invasione russa in Ucraina sta creando difficoltà a molti governi
dell’Europa centrale che si sono dimostrati disponibili a farsi affascinare dal
modello putiniano. I problemi di Orbàn e del suo partito Fidesz in tal senso
ricordano da vicino il travaglio proprio di una certa destra dell’Europa
occidentale, stretta tra idealismo, nostalgia e realpolitik. La questione non
riguarda gli Stati dell’est come i Paesi baltici, Polonia e Romania, divisi da
tradizioni politiche molto diverse tra loro ma accumunati da una naturale
diffidenza per ogni modello proveniente dalla Russia. Presumibilmente, in tutti
i rapporti est-ovest, e in particolare nel conflitto aperto tra l’Ue e i Paesi del
così detto “gruppo di Visègrad”, l’attacco russo genererà un effetto distensivo
quando si capirà che l’ombrello europeo, sempre più pronto alla gestione dei
conflitti e delle crisi grazie ai progressi degli ultimi anni, è ad oggi
indispensabile. In altre parole, molti di questi Stati centro-orientali potrebbero
riscoprire le ragioni che le avevano portate all’adesione dopo il 2004 e
realizzare che le garanzie economiche e ora militari offerte dall’Ue sono tanto
più efficaci quanto più i governi coordinano le loro scelte politiche tra di loro e
con Bruxelles.
Questo dovrebbe spingere Budapest, ma anche Praga e Varsavia, a
considerare con maggiore attenzione le richieste provenienti dall’Occidente
del continente. Le istituzioni Ue dal canto loro dovranno fare i conti con il fatto
che proprio attraverso i Paesi dell’Europa centro-orientale passerà il nuovo
fronte caldo su cui si testeranno i progressi della politica estera e di sicurezza
comune (Pesc), e che quindi sarà necessario un ascolto e una valorizzazione
diversa di alcune posizioni spesso a loro indigeste.
In effetti, sarà proprio la Pesc il terzo settore nel quale è prevedibile una
rivoluzione grazie alla crisi ucraina. Per quanto riguarda la politica estera Ue,
l’unica strada per dialogare con Putin da pari a pari è mettere un freno al
protagonismo di singoli leaders nella gestione delle crisi (una volta Angela
Merkel, oggi Emmanuel Macron), avvalendosi della figura dell’Alto
Rappresentante quando c’è un interesse comune a mostrarsi uniti. La strada
del protagonismo personale dei capi di Stato si è del resto già dimostrata
inefficace più volte e questo continuo fallimento, spesso sottovalutato, va di
pari passo con una perdita di prestigio sia dell’Unione che dei singoli Stati
membri all’estero. Purtroppo, questo è uno dei pochi campi in cui sembrano
esserci pochi progressi e per ovvie ragioni. Più interessante risulta invece il
piano della Difesa.
Già questo settembre, in occasione del precipitoso e mal coordinato ritiro
americano dall’Afghanistan, l’opinione pubblica europea si è mostrata
chiaramente insofferente nei confronti dell’inefficacia dei singoli governi nella
gestione della crisi. Sul piano istituzionale la discussione verte sulla creazione
di un più efficace corpo di reazione rapida Ue o sull’attivazione degli esistenti
Eu battlegroups, mai usati per una mancanza di interesse politico.
La minaccia russa all’Europa può fornire ai governi l’incentivo giusto per
creare delle capacità operative comuni, a patto che si dia la possibilità ai
membri della Nato di ottimizzare le risorse a loro disposizione e quindi di non
dover scegliere tra il sostegno a due alleanze parallele. Non è un caso se nei
primi anni ‘50 l’impulso iniziale per la Comunità europea di Difesa fu dato
proprio dal crescere della minaccia sovietica e in un quadro di alleanza con gli
Stati Uniti; da allora, i più efficaci progressi in materia di difesa comune si
sono sempre accompagnati ad una distinzione di compiti con l’Alleanza
Atlantica. I piani per una Difesa europea ad oggi più percorribili indicano una
stretta cooperazione Ue- Nato, ma suggeriscono anche l’opportunità di creare
una struttura europea flessibile, scorporabile dalla Nato all’occorrenza per
assicurare l’autonomia strategica del continente.
L’attuale cooperazione rafforzata attivata con il consenso della stragrande
maggioranza degli Stati membri (Pesco) indica che la volontà per questo fine
esiste e va di pari passo con l’urgenza di sviluppare degli armamenti di nuova
generazione che siano all’altezza dei maggiori attori globali. Da ultimo, proprio
il richiamo all’autonomia strategica porta al convitato di pietra di ciò che
significa il ritorno della minaccia russa in Europa, ossia il risveglio del
nucleare. Questa parola, volentieri dimenticata dopo il crollo del muro di
Berlino da tutti, torna in auge con forza, ricordandoci due scomode realtà: la
prima è che ancora oggi la deterrenza nucleare è dirimente negli equilibri di
sicurezza globali e la seconda è che l’energia atomica rappresenta una
risorsa energetica importante per Stati (come quelli europei) che hanno
croniche necessità di approvvigionamento. Senza deterrenza nucleare nessun
attore può trattare alla pari con potenze aggressive come la Russia o la Cina,
né ambire ad avere una parvenza di autonomia strategica, tanto meno l’Ue
(2). Anche questo dibattito accompagnerà quindi sicuramente l’evoluzione
della guerra, portando riflessioni collettive ed istituzionali che potrebbero
cambiare la storia dell’Unione Europea come l’abbiamo conosciuta finora.
(1) Questo cortocircuito continuo fu evidente già nel 2014, quando volontari provenienti
dall’estrema destra europea andarono ad ingrossare i ranghi sia delle milizie filo-russe nel
Donbass sia dei nazionalisti ucraini, finendo per scontrarsi tra loro.
(2) Alcune organizzazioni europee nate durante la guerra fredda e allora pensate come
disconnesse dall’UE stanno tornando proprio in questi anni al centro dell’attenzione per la
loro ritrovata importanza strategica. E’ il caso non solo dell’Euratom ma anche dell’Agenzia
Spaziale Europea, soprattutto dopo la Brexit.
fonte: FORMICHE
SETTE GIORNI DI GUERRA
La Russia dice di aver preso Kherson, mentre continua la battaglia
su Kharkiv. Nel frattempo, ci si interroga sul morale dei soldati
mandati in Ucraina e sul ruolo della Cina
A una settimana dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, l’esercito russo dichiara
di avere in controllo la città di Kherson, nel sud del paese. Si tratta di una
città strategica sul fiume Dnepr e affacciata sul mar Nero che collega la
penisola di Crimea – già annessa alla Federazione russa nel 2014 – al resto
dell’Ucraina. Le autorità ucraine smentiscono che i soldati russi siano entrati in
città, sostenendo che sia ancora sotto assedio. Diverse fonti giornalistiche, tra
cui la BBC e un corrispondente di Al Jazeera, confermano invece che le
truppe sarebbero effettivamente nel centro di Kherson. Le battaglie più
importanti per il destino della guerra continuano anche a Kharkiv, già colpita
da diversi bombardamenti e dove questa mattina sono atterrati paracadutisti
russi, così come a Mariupol, città sul mar d’Azov nella regione del Donbass.
La condanna alle azioni della Russia del presidente Vladimir Putin hanno
trovato ampio spazio nel discorso sullo stato dell’unione del presidente
USA Joe Biden che avverte il leader del Cremlino: “Non ha idea di quello che
lo aspetta”. Biden ha poi annunciato che gli USA seguiranno l’esempio degli
alleati europei chiudendo lo spazio aereo a tutti i velivoli russi e congelando
tutti i beni degli oligarchi russi. E, dopo aver ribadito che gli Stati Uniti non
manderanno truppe a combattere l’esercito russo in Ucraina, ha annunciato
un intervento per provare a stabilizzare il mercato energetico,
predisponendo 30 milioni di barili di petrolio dalle riserve nazionali. Ma sul
destino della guerra, ci si interroga anche sul ruolo della Cina.
DOVE SONO I COMBATTIMENTI PIU’ INTENSI ?
Mentre scriviamo, le notizie che arrivano dal fronte di Kherson si
contraddicono: le fonti governative ucraine smentiscono che le truppe russe
siano entrate nel centro della città, anche se circolano video di carri armati
sulle strade di quella che alcuni giornali confermano essere Kherson. Nell’est
del paese, invece, continua la battaglia di Kharkiv, la seconda città
dell’Ucraina, dove nessun quartiere sarebbe stato risparmiato dai
bombardamenti e dai combattimenti intensificatisi già nella giornata di
martedì, quando la sede dell’amministrazione locale è stata bombardata.
Questa mattina, i paracadutisti russi sono atterrati in città, inasprendo gli
scontri che hanno provocato la morte di almeno 21 persone. Secondo le
Nazioni Unite, i civili morti in Ucraina dall’inizio dell’invasione sarebbero
almeno 136, anche se è molto probabile che il bilancio sia molto più pesante.
“Nessuno perdonerà, nessuno dimenticherà”, ha detto il presidente ucraino
Volodymyr Zelensky dopo i bombardamenti che hanno colpito la torre TV della
capitale. Nelle stesse ore la Corte Internazionale di Giustizia, il principale
organo giurisdizionale dell’ONU, dichiarava che lunedì e martedì prossimi la
corte terrà udienze pubbliche riguardanti le presunte violazioni della
convenzione sul genocidio.
Com’è il morale delle truppe?
Una delle riflessioni che cominciano ad essere prese in considerazione da
alcuni analisti riguarda il morale delle truppe russe. Riflessioni nate sui
progressi militari apparentemente più lenti del previsto: Putin e l’esercito russo
pensavano a una guerra lampo, ma la resistenza ucraina ha finora impedito la
caduta di importanti città (salvo Kherson, da cui arrivano notizie contrastanti).
Una lunga analisi pubblicata dal Washington Post esamina gli effetti della
presunta scarsa motivazione di alcuni soldati sulla strategia militare russa.
Secondo l’analisi, molti soldati russi non vorrebbero combattere e ciò sarebbe
dimostrato dal fatto che diversi veicoli ed altra attrezzatura militare sarebbero
andati persi per abbandono o cattura, non per distruzione da parte
dell’esercito ucraino. Diverse unità russe si sarebbero poi arrese senza
combattere. Alcune delle ragioni del morale basso delle truppe sarebbero
strutturali e riguarderebbero una disuguaglianza interna all’esercito. Stando
all’analisi, il 70% delle forze russe in campo sarebbe composto da soldati a
contratto, mentre il restante 30% da coscritti. Questi ultimi sarebbero
sottopagati, scarsamente addestrati e bullizzati dai commilitoni a contratto,
che invece ricevono buone paghe e lunghi addestramenti. Inoltre, l’invasione
dell’Ucraina non è stata accompagnata da una efficace retorica di guerra in
grado di spronare ulteriormente coloro che devono prendere le armi: Putin e
gli altri vertici del Cremlino non hanno mai impiegato la parola “guerra” (ma
solo “operazione speciale”), di fatto facendo scemare la tradizionale enfasi sui
costi e sacrifici necessari per la vittoria militare. Tuttavia, come sottolinea
anche il Washington Post, la guerra è ancora alle fasi iniziali e il morale può
variare a seconda dei risultati dal fronte, anche se le disuguaglianze interne
all’esercito russo sono destinate a rimanere.
Un ruolo per la Cina?
Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha sentito per
telefono il suo omologo cinese Wang Yi. “L’Ucraina vuole rafforzare le
comunicazioni con la Cina e preme affinché la Cina giochi il ruolo di mediatore
per raggiungere una tregua”, si legge in una nota cinese. La politica estera di
Pechino si basa sulla non ingerenza e sul rispetto dell’integrità territoriale,
“che si applica anche all’Ucraina”, come aveva già precedentemente ribadito
lo stesso Wang Yi. Allo stesso tempo, però, la Cina cerca di mantenersi su un
fragile equilibrio diplomatico. Da un lato si dice preoccupata per l’evolversi
della situazione bellica, dall’altro non appoggia le sanzioni dell’Occidente. Lo
scorso 25 febbraio la Cina si è astenuta dal voto nel Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite che condannava l’invasione russa. Contemporaneamente,
Pechino fa appelli per la de-escalation e affinché siano tenuti in vita i canali di
dialogo tra Mosca e Kiev. Ad ogni modo, per la Cina l’interesse principale è
preservare la stabilità nella regione e non compromettere le proprie
partnership commerciali: Pechino ha infatti già superato Mosca come primo
partner economico di Kiev. Secondo alcuni analisti, la compattezza degli
alleati occidentali nella condanna a Putin e alla sua avventura bellica potrebbe
però mettere in una posizione scomoda la Cina, il cui allineamento sulle
posizioni russe avrebbe più costi che benefici.
fonte: ISPI

Chi sono gli oligarchi russi che stanno
chiedendo la fine della guerra in Ucraina

Mentre gli Stati Uniti e l’Europa aumentano le sanzioni contro le personalità
più ricche della Russia, promettendo di “dare la caccia” ai loro yacht e ville, gli
oligarchi che si sono arricchiti rimanendo fedeli al presidente Vladimir Putin
stanno iniziando a esporsi contro l’invasione dell’Ucraina.
Le critiche indirette a Putin
Nessuno ha fatto riferimento direttamente a Putin, ma le dichiarazioni
pubbliche che chiedono la pace sono un segnale di dissenso senza
precedenti contro il leader autocratico. Mikhail Fridman, nato in Ucraina, è il
fondatore di Alfa Bank, la più grande banca privata russa. Secondo il Financial
Times, è diventato il primo oligarca a esprimersi contro gli ordini di invasione
del presidente russo Vladimir Putin.
“Non faccio dichiarazioni politiche, sono un uomo d’affari con responsabilità
nei confronti delle mie migliaia di dipendenti in Russia e Ucraina. Sono
convinto però che la guerra non potrà mai essere la risposta. Questa crisi
costerà vite e danneggerà due nazioni che sono state sorelle per centinaia di
anni”, ha scritto in un’e-mail ai membri dello staff della sua società di private
equity LetterOne che in seguito è diventata pubblica.
Nel messaggio ha citato il proprio passato: Fridman ha vissuto nell’Ucraina
occidentale fino all’età di 17 anni. Entrambi i suoi genitori sono cittadini
ucraini, che vivono a Leopoli, che ha definito la sua ‘città preferita’. Leopoli è
una delle città prese di mira dall’esercito russo. Lunedì l’Unione Europea ha
sanzionato personalmente Fridman, attraverso il congelamento dei suoi beni e
il divieto di viaggiare.
“Porre fine a tutto questo capitalismo di Stato”
Il suo socio in affari, Alexey Kuzmichev, ha detto a Forbes Russia di essere
d’accordo con Fridman, ma ha aggiunto “Non farò dichiarazioni politiche”. Allo
stesso modo, Oleg Deripaska, che ha costruito la sua fortuna attraverso le
materie prime russe, ha chiesto la fine della guerra in un post su Telegram,
chiedendo la pace. “Il mondo è molto importante! I negoziati devono iniziare il
prima possibile!”, ha scritto. Lunedì ha definito la situazione economica in
rapido deterioramento in Russia una “vera crisi” e ha sollecitato maggiori
riforme economiche. “È necessario cambiare la politica economica, porre fine
a tutto questo capitalismo di stato”, ha scritto.
Poi lunedì, lo stesso giorno in cui è stato colpito dalle sanzioni dell’Ue, la
persona più ricca della Russia, il barone d’acciaio Alexei Mordashov, ha
definito i combattimenti una “tragedia di due popoli fratelli” e ha affermato che
bisogna fare tutto il necessario per uscire dal conflitto e per fermare lo
spargimento di sangue. “È terribile che ucraini e russi muoiano, la gente stia
soffrendo, l’economia stia crollando. Dobbiamo fare tutto il necessario affinché
si trovi una via d’uscita a questo conflitto il più presto possibile e lo
spargimento di sangue si interrompa per ridare alle persone colpite una vita
normale”, ha affermato il miliardario. “Non ho assolutamente nulla a che fare
con le attuali tensioni geopolitiche. Non capisco perché siano state imposte
sanzioni contro di noi”, ha aggiunto.
Le parole di Oleg Tinkov
Anche altri miliardari russi hanno chiesto la fine della guerra. Il miliardario
Oleg Tinkov, il fondatore della Tinkoff Bank, che sta lottando contro il cancro,
ha affermato che la sua malattia gli ha offerto una nuova prospettiva sulla
fragilità della vita umana. “In Ucraina stanno morendo persone innocenti, ogni
giorno, questo è impensabile e inaccettabile! Gli stati dovrebbero spendere
soldi per curare le persone, per la ricerca per sconfiggere il cancro e non per
la guerra”, ha affermato.
Dmitry e Igor Bukhman, i fratelli proprietari dello sviluppatore di videogiochi
Playrix, che produce giochi gratuiti per app mobili come Homescapes e
Fishdom, hanno detto che darebbero a ciascuno dei loro 4.000 dipendenti uno
stipendio extra e hanno sottolineato che la violenza non potrà mai essere la
soluzione a un problema. “È difficile rimanere in silenzio davanti a questa
situazione, perché quello che sta accadendo è una grande tragedia per tutti,
compresa la nostra azienda. Era difficile persino immaginarlo”, hanno scritto i
fratelli in un post su Facebook.
Igor Rybakov, il miliardario comproprietario del produttore di coperture e
isolamento Technonicol, ha dichiarato la scorsa settimana attraverso un video
pubblicato sul suo canale YouTube di capire che “il punto di non ritorno è stato
superato e questa sarà una grande storia che toccherà la vita di milioni di
persone . È triste.” Allo stesso tempo, come ha riportato Forbes Russia, ha
chiesto ai cittadini di non farsi prendere dal panico e di acquistare titoli
deprezzati di società russe. “Tutto questo mi fa incazzare. Voglio che tutta
questa incertezza finisca”, ha aggiunto.
Altri sono rimasti in silenzio
Il significato di queste affermazioni ha una grande rilevanza. Sono passati
quasi vent’anni da quando l’allora uomo più ricco della Russia, Mikhail
Khodorkovsky, è stato criticato da Putin e successivamente messo in prigione
per presunta evasione fiscale dopo aver finanziato i partiti di opposizione. (Ha
negato tutte le accuse). Da allora un numero esiguo di oligarchi ha osato
opporsi a Putin. Lo stesso Khodorkovsky ha esortato i russi a scendere in
piazza, dicendo su Instagram che “la guerra contro l’Ucraina deve essere
fermata a ogni costo”.
È impossibile sapere se questi miliardari siano sinceri nelle loro richieste di
porre fine ai combattimenti, o se si tratti di una risposta per evitare ulteriori
sanzioni o la paura per un’economia al collasso.
Eppure ci sono molti che devono ancora parlare. Roman Abramovich, il
miliardario proprietario della squadra di calcio inglese del Chelsea, ha affidato
la “gestione” (ma non la proprietà) della squadra a una Fondazione di
beneficenza ma non si è schierato pubblicamente. Secondo quanto riferito è
stato coinvolto nei colloqui di pace in Bielorussia lunedì dopo che il governo
ucraino ha chiesto il suo aiuto. (Secondo quanto riferito dalla giornalista
britannica Carole Cadwalladr, sua figlia Sofia Abramovich ha pubblicato un
post contro la guerra sui social media). Il resto dei miliardari russi, inclusi molti
sanzionati dall’Ue lunedì, come il primo investitore di Facebook Alisher
Usmanov, rimangono in silenzio.
fonte: FORBES –

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